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Se anche le fake news inquinano l’ambiente

Se ne parla in tv, nei giornali, nei social network, anche nei bar: ‘fake news’, la parola dell’anno 2017 secondo il dizionario Collins, esprime un fenomeno dilagante e ancora da scoprire e da capire; un fenomeno sotto osservazione e già sotto processo. La commissaria europea alla Società digitale, Mariya Gabriel, ne ha denunciato la pericolosità: “Le false informazioni si diffondono ad un ritmo inquietante, e minacciano la reputazione dei media, il benessere delle nostre democrazie, e i nostri valori democratici”. Come Francia, Gran Bretagna e Germania, anche l’Italia sta correndo ai ripari per contrastare il fenomeno e la Polizia Postale, di concerto con il Ministero dell’Interno ha aperto uno sportello specifico per la segnalazione delle informazioni false.
Per gli utenti della rete cadere nel tranello è un attimo, anche perché molte ‘bufale’ si servono di ‘bot’ (reti di falsi profili automatizzati, creati per rilanciare notizie sui social network) o agenzie di marketing che moltiplicano i clic a pagamento e sfruttano la velocità della rete e la viralità per rafforzare la credibilità dei contenuti.

L’ambiente, come altri settori sociali ed economici, è stato più volte sotto attacco delle fake news. Basti pensare agli orsi polari in fin di vita che hanno fatto il giro del mondo sui social network, allarmando sui rischi derivanti dal fenomeno del global warming. Ma, come hanno spiegato gli zoologi, le foto e i video diffusi tra il 2015 e il 2017 ritraggono esemplari anziani o malati – presenti in tutte le specie animali – e non vittime del cambiamento climatico.

Un altro esempio, che questa volta ci riguarda più da vicino, è quello della Terra dei fuochi. La storia è questa: si comincia a parlare della contaminazione dei terreni nella primavera del 2013, quando un pentito conferma le “rivelazioni” già affermate una ventina d’anni prima; non si fa in tempo a verificarne la fondatezza scientifica che la macchina mediatica si è già messa in moto: la notizia è sulle prime pagine di tutti i media, i toni apocalittici parlano di ”inferno atomico”, la popolazione è preoccupata, i produttori anche, i terreni confiscati e il mercato in preda al caos. Oltre un anno più tardi, la Cassazione dissequestra i suoli riconoscendo la salubrità dei prodotti coltivati e la task force attivata dal Ministero dell’Ambiente (decine di istituzioni di ricerca, scientifiche ed accademiche tra cui l’Enea, il CNR, l’Istituto Superiore di Sanità e le principali Università Campane), dopo tre anni rivela l’infondatezza dell’allarme mediatico: l’operazione trasparenza riferisce che i terreni e i prodotti campani superano nel 99.98% dei casi i test chimici e microbiologici e che nei residenti la presenza di agenti inquinanti è inferiore alla media nazionale. Il Registro tumori infantili della Campania, riprendendo i dati dell’ospedale pediatrico Santobono – Pausilipon di Napoli, comunica che il tasso d’incidenza di casi è in linea con i dati nazionali, oltre che con gli altri Comuni della regione.

I temi ambientali, come molti altri, possono quindi diventare bersaglio delle fake news, con effetti economicamente e socialmente gravi, oltre che controproducenti per la tutela dell’ambiente. Se da una parte si chiede maggiore responsabilità ai proprietari di social network e ai professionisti dell’informazione e della comunicazione, anche gli utenti/lettori possono dare il loro contributo di verità, ridestando e favorendo un senso critico per la ricerca e la verifica delle fonti, dell’autore e dei commenti. ‘Conoscere per deliberare’ quindi, e passare così dalla conoscenza alla consapevolezza.